Le nonne cucinavano senza pesare. Aprivano la dispensa, prendevano quello che c’era e cominciavano. Farina a occhio, acqua finché serve, sale quanto basta. Nessuna bilancia, nessun timer. Eppure il piatto arrivava a tavola quasi sempre come doveva essere. Non identico, non perfetto, ma buono. Buono da mangiare, da condividere, da rifare.
Non era istinto puro. Era pratica quotidiana.
Quando cucinare era una routine
Quelle mani avevano memoria. Non una memoria teorica, ma fisica. Sapevano riconoscere un impasto solo toccandolo, capivano se il sugo doveva stare ancora sul fuoco dall’odore, se la frittura era pronta dal rumore. Non c’era bisogno di controllare ogni passaggio perché quei passaggi erano stati fatti mille volte.
Cucinavano tutti i giorni, spesso più volte al giorno. Per necessità, non per passione. E questa continuità creava sicurezza. Non quella che ti dà una ricetta scritta bene, ma quella che nasce dal sapere cosa succede se sbagli di poco. Perché lo hai già fatto. E sai come rimediare.
Oggi, nelle cucine di casa, succede spesso il contrario. Si misura di più, ma ci si fida di meno. Ci sono bilance digitali, misurini, appunti salvati sul telefono. Basta che manchi un ingrediente o che una dose non torni per sentirsi bloccati. Se non è scritto, sembra rischioso farlo.

Cucina di una volta – Ledonnedelfood.it
Le nonne non avevano questo problema. Non perché fossero più brave, ma perché l’errore era previsto. Se una torta cresceva meno, si mangiava lo stesso. Se il pane era duro, si faceva la zuppa. Non c’era l’idea che una cosa venuta diversa fosse una cosa sbagliata.
Questo cambia il modo di stare in cucina. Oggi spesso si cerca la riuscita. Prima si cercava il risultato: mettere qualcosa in tavola, far mangiare tutti, andare avanti.
Una lezione pratica da non dimenticare
Molte ricette che oggi chiamiamo tradizionali nascono da qui. Si cucinava con quello che c’era, non con quello che sarebbe dovuto esserci. Se mancava un ingrediente, se ne usava un altro. Se qualcosa avanzava, si trasformava. Nessuna rigidità, nessuna fedeltà assoluta a una versione.
Era una cucina elastica. Capace di adattarsi alle stagioni, al portafoglio, alla famiglia. Una cucina che seguiva la vita, non il contrario. E forse è per questo che sbagliava raramente: perché non pretendeva di essere sempre uguale.
Quel modo di cucinare oggi è più fragile. Non sta tutto nei quaderni di ricette. Sta nei gesti, nei tempi, negli aggiustamenti che non si scrivono. Se non si pratica, si perde. E non perché non funzioni più, ma perché sembra meno sicuro di una ricetta precisa al grammo.
Il rischio è che cucinare diventi rigido. Pieno di regole. Poco tollerante verso l’errore. Un compito in più, invece di qualcosa che si può gestire anche nelle giornate storte, con poco tempo e poca voglia.
Non si tratta di tornare indietro o di imitare le nonne. Si tratta di ricordare che si può sbagliare un po’ e andare avanti lo stesso. Che non tutto deve essere misurato per riuscire. Che l’esperienza conta quanto le istruzioni.
Le nonne sbagliavano raramente perché cucinavano dentro la loro realtà, non dentro un modello ideale. Forse è questo che rischiamo di dimenticare. Non per nostalgia. Ma per rendere la cucina di oggi un po’ più vivibile. Anche quando non viene tutto come previsto.








